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| Santo Stefano D'Aveto - Cenni Storici |
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La vasta conca dove è appoggiato questo ridente paese ha caratteri prettamente alpestri; questa parte della Val d’Aveto non conta solo le due cime più alte dell’Appennino Ligure, ma pascoli, ampie foreste di faggete e conifere, torrenti prati fioriti e panorami splendidi. Il clima continentale fa sì che l’estate sia mite e piacevole mentre l’inverno ricorrono abbondanti nevicate. E’ un borgo a struttura fortilizia che non conta solo interessanti documenti storici ma, grazie alla sua ubicazione, ha tutte le caratteristiche di un paradiso per il relax e il tempo libero. Il folclore avvicina alle tradizioni culturali con manifestazioni fra cui spiccano le sagre e le fiere, e per organizzare il tempo libero esistono strutture ricreative adatte all’ospite di ogni età. I dintorni presentano un mondo dove la vita continua a scorrere con il ritmo di una volta: una civiltà contadina che ha mantenuto intatta sia la propria cultura che l’ambiente: tipici paesini, una fauna e una flora d’eccezione ed un gioiello botanico: la Riserva orientata delle Agoraie, con laghetti di origine glaciale e rare specie di vita. SANTUARIO DI N.S. DI GUADALUPE iniziato nel 1925 e terminato nel 1928, fu costruito a fianco della vecchia chiesa e del settecentesco campanile, il quale è stato raddrizzato nel 1931 su progetto di Don Piccardo. Al centro dell’Altare Maggiore è collocata la tela raffigurante la Madonna di Guadalupe donata dal Cardinale Giuseppe Doria alla comunità Parrocchiale nel 1814, tela che si trovava sulla galea di Giovanni Andrea Doria nella Battaglia di Lepanto del 1571. CASTELLO MALASPINA si presume sia stato edificato intorno al 1200 per controllo e difesa del feudo dei Malaspina prima della divisione famigliare nei due rami: “spino secco” e “spino fiorito” avvenuta nel 1221. Il feudo di S.Stefano d’Aveto appartenne al “ramo secco” dei Malaspina fino al 1495, dopodichè fu ceduto a Gian Luigi Fieschi conte di Lavagna. In seguito alla fallita congiura dei Fieschi nel 1547 Carlo V devolvette al fisco imperiale tutti i loro beni, ivi compresi i possessi avetani , per fame successivamente dono ai Doria, il cui dominio durò fino al 1796, quando gli abitanti, stanchi degli abusi, scacciarono l’ultimo feudatario e, si racconta, gettarono i suoi “bravi” dal ponte nel centro del paese che porta ancora oggi il nome di Ponte dei Bravi. Del castello restano oggi solo i muri perimetrali dai quali è possibile ricostruirne la pianta a forma di pentagono irregolare. Il tetto, i piani interni e la torre sono quasi completamente crollati.Da Santo Stefano d’Aveto si possono raggiungere il Lago delle Lame e il Lago degli Abeti, quest’ultimo, così denominato per la presenza di tronchi di abeti fossili visibili sul fondo, occupa la più interessante delle piccole conche lacustri di origine glaciale sparse nel comprensorio. CENNI STORICI SU SANTO STEFANO D’AVETO Se è vero che la parola “ligure” significa “uomo dei monti”, nessuno più degli abitanti dell’alpestre alto Aveto merita questa definizione. Una delle montagne avetane, il M.te Penna, prende il nome dell’antico Dio Pen, il Giove dei Liguri, adorato senza tempio nei folti boschi e sulle cime. Pare che anticamente i Liguri venissero denominati “Ambros” e “Amborsasco”, in dialetto locale, viene pure definito il M.te Penna, cioè M.te dei Liguri, poiché il suffisso “asco” significa appunto monte. Le ultime tribù dei Liguri ad essere vinte dai Romani, dopo una lotta durata quasi 80 anni (dal 236 al 157 a.C.), furono quelle dei Velleiati che abitavano nella foresta circostante il M.te Penna: ultima roccaforte della loro libertà piegata dal proconsole Mario Fulvio Nobiliore. Con la caduta dell’impero romano è presumibile che la nostra valle sia passata sotto il dominio di Bisanzio ed in seguito conglobata nei territori del Sacro Romano Impero. Secoli di storico silenzio scesero sulla valle fintanto che i Benedettini di San Pietro in Ciel d’Oro di Pavia - nel VII sec. – incominciarono a propagandare il Cristianesimo partendo da Alpepiana e da Villa Cella: località dove eressero una chiesa ed un convento intitolato a San Michele Arcangelo. I Benedettini stessi, sembra certo, furono gli artefici della bonifica della piana di Cabanne, dopo che una frana aveva occluso il corso dell’Aveto nei pressi di Massapelo. Dal 1164 – anno in cui Federico Barbarossa donò in feudo la nostra valle a Obizio Malaspina detto il Grande – tre dinastie dominarono i territori avetani fino al 1796: MALASPINA – FIESCHI – DORIA. A controllo e difesa dei loro feudi i Malaspina costruirono, prima della divisione famigliare dei due rami: “spino secco” e “spino fiorito” avvenuta nel 1221, una rete di fortificazioni che permetteva loro il controllo dei valichi appenninici tra Liguria, Emilia e Toscana. E’ in questo periodo , intorno al 1200, che si presume sia stato edificato il Castello di Santo Stefano d’Aveto il cui feudo appartenne al ramo secco dei Malaspina fino al 1495, dopo di che fu ceduto dal Marchese Francesco a Gian Luigi Fieschi, conte di Lavagna. In seguito alla fallita congiura dei Fieschi (1547) contro la Repubblica, Carlo V devolve al fisco imperiale tutti i beni dei Fieschi, ivi compreso i possessi avetani, per farne in seguito dono ai Doria.. La convivenza di questa famiglia con la popolazione avetana non fu delle più felici. Già nel 1591 il popolo, stanco degli abusi, occupa il castello ed uccide il commissario. Il dominio dei Doria durò, tuttavia, fino al 1796 quando il popolo scacciò l’ultimo feudatario e, si racconta, gettò i suoi “bravi” dal ponte nel centro del paese, che porta ancora oggi il nome di PONTE DEI BRAVI. Il territorio di Santo Stefano d’Aveto passa quindi alla Repubblica di Genova e al Regno di Sardegna.. E’ un periodo in cui la gente si occupa di commercio e contrabbando di merci, tanto che il ducato di Parma e Piacenza, governato da Maria Luigia d’Austria, fece costruire diverse caserme sulle direttrici più battute, dove stavano i preposti incaricati di riscuotere i pedaggi sui traffici. Ancora oggi una di esse al Passo del Tomarlo. Del Castello restano oggi solo i muri perimetrali dai quali è possibile ricostruire la pianta a forma di pentagono irregolare . Il tetto, i piani interni e la torre sono quasi completamente crollati. Attualmente sono in corso d’opera lavori di restauro. L’attuale Chiesa Parrocchiale di Santo Stefano d’Aveto, iniziata nel 1925 e terminata nel 1928, fu costruita a fianco della vecchia chiesa e del settecentesco campanile, il quale è stato raddrizzato nel 1931 su progetto di Don Riccardo . Al centro dell’Altare Maggiore è collocata la tela raffigurante la MADONNA di GUADALUPE donata dal Cardinale Giuseppe Doria alla Comunità parrocchiale nel 1814, tela che si trovava sulla galea di Andrea Doria durante la battaglia di Lepanto 1571. CENNI STORICI SULLA CHIESA PARROCCHIALE E SULLA TORRE CAMPANARIA DELLA PARROCCHIA DI S.MARIA ASSUNTA IN ALLEGREZZE La parrocchia di Allegrezze, Comune di S. Stefano d’Aveto, Provincia di Genova, è una delle più antiche della Diocesi di Bobbio, cui appartiene. La Parrocchia antica comprendeva tutta la Valle Gramizza, le frazioni di Amborzasco e Alpicella, con le ville di Montegrosso e Casoni; fu smembrata l’anno 1893. Nei manoscritti di Mons. Moglia (parroco di Allegrezze dal 1902 al 1959 risultano citati due episodi che causarono notevoli danni alla torre campanaria: il primo dell’anno 1931, il giorno 21 Aprile, in cui il fulmine si scaricò direttamente sull’orologio e scoppiò al primo piano sopra il volto devastando il muro; il secondo nel 1949, il 26 ottobre, che recò danni al campanile e all’impianto elettrico. Il concerto di campane attuale è opera della Ditta Picasso di Avegno (Genova), fuso nel 1964,; il nuovo concerto sostituì l’esistente del 1899, poiché questo non era più perfettamente intonato. I principali lavori di restauro del campanile sono stati eseguiti nel 1912, nel 1959 e recentemente negli anni 1996/97. I tre centri religiosi citati di Alpepiana, Allegrezze e Villa Cella erano collegati fra loro, probabilmente, dalla cosidetta strada del Centro, la quale, proveniente dalla costa (quindi anche con l’importante Abbazia di Borzone e gli altri centri religiosi della costa), proseguiva poi, secondo le diramazioni, per Ottone e la pianura padana, oppure per Bobbio, Piacenza e Milano. Tratto da “ARCHIVUM BOBIENSE” (rivista degli Archivi Storici di Bobbio), Ed. degli A.S.B. – Bobbio nr. 16/17, 1994 – 95 pp. 102 – 110. “L’ultimo XENODOCHIUM della plebe di Alpepiana, in base ad una tradizione popolare locale, pare che sorgesse nel territorio di S. Maria (= Allegrezze), e precisamente vicino al Monte Chiodo e poco distante dal M. te Penna. L’oronimo “CLAUDIO” era già presente, come abbiamo visto sopra nella descrizione dei confini della Curia di Calice del 1378. La località era un posto di confine, ove confluivano tre strade: quella del Penna, del Tomarlo e quella che risaliva dall’alta Valle del Taro. Di questo XENODOCHIUM non è rimasta alcuna memoria scritta nell’Archivio di S. Pietro in Ciel d’oro a Pavia. Il nome della località viene richiamato dal giuramento di Varzi (28 giugno 1197), fatto dai Vassalli ad Alberto Malaspina di cui viene riferito più avanti. Fra i nomi di coloro che promettono fedeltà che abitano nella zona di Allegrezze – Gramizza, compare un certo GUIDO DE CLAVO: nella Valle dell’Aveto e nella Val Trebbia l’unico toponimo del genere è il M. te Chiodo. Negli atti della contesa tra il Vescovo di Piacenza Grimerio e l’abate di Borzone per il possesso della Chiesa di S. Maria di Taro, forse possiamo trovare un piccolo indizio. La contesa si svolse negli ultimi mesi del 1200. Ormai da circa 20 anni, il Monastero di Borzone, già monastero colombaniano di Bobbio era stato affidato all’abate Lantelmo della congregazione CASAE DEI (cfr Arc. Bobbiense XIV – XV 1992 – 93, pp 63 64). Questo cambio di proprietà aveva indotto alcuni esponenti della Chiesa Piacentina a tentare la rivendicazione della cella monastica di S. Maria di Taro, fondata certamente dai monaci di Bobbio che avevano evangelizzato la Val Ceno e la Val di Taro. L’abate di Borzone, Alberto, tentò di salvare la predetta cella, con un processo che si svolge a Genova. Fra i testimoni compare un certo BERNARDUS HOSPITAL DE TOMARDO; quest’ultimo toponimo potrebbe essere la cattiva scrittura del notaio o la lettura imperfetta degli editori e che in realtà si e che in realtà si tratti TOMAROLO. La vicinanza dello XENODOCHIUM del Chiodo alla chiesa contestata m’induce a pensarlo; non mi è stato possibile controllare l’originale del notaio e quindi la mia è solo un ipotesi. Questa denominazione – nessuno di noi sa con certezza come veniva denominato lo XENODOCHIUM – potrebbe derivare dalla vicinanza del Monte Chiodo con il Monte Tomarlo. La testimonianza più sicura e ancor oggi disponibile è un epigrafe su pietra che la tradizione popolare indica come appartenente al predetto ospizio: essa è stata trasportata ad Alpicella e si trova sulla porta d’ingresso del campanile (allegato alla presente documentazione fotocopie del testo che si riferiscono alla posa in opera della suddetta pietra e della fondazione dell’oratorio di Villaneri. Non ho ritenuto di dover copiare tutto il testo). Vengo, quindi, all’analisi dell’area dell’antica Chiesa di S. Maria Assunta, succursale di Alpepiana. Come è stato mostrato, il luogo di culto è già testimoniato nel segmento E del PRAECEPTUM di Liutprando (a.714 d.C.). La denominazione di S.MARIA DE ALEGREçA ricompare nei documenti bassi medioevali di S. Pietro in Ciel d’oro. L’abate Rolando, il 28 novembre 1287, nominava come rettore il prete Uberto (cfr. App. XXXI). Alla morte di Uberto, il medesimo abate nomina come rettore ROLANDIUM DE CAMPOLIMENOSO (15 novembre 1299); nell’atto si parla esplicitamente di due chiese – “S. Maria de Alegreçe et S. Michaelis de Arpexella”, unite insieme e appartenenti al Marchesato di S. Stefano d’Aveto (cfr. App XXXIII). Questi due interventi fiscali del XIII secolo non forniscono altre informazioni, ma lasciano intuire che la Chiesa alto - medioevale di S. Maria, nel corso dei secoli, aveva ricevuto la succursale di Alpicella (Cella dell’Alpe). Resta da vedere se questa seconda Chiesa è una FILIAZIONE di Allegrezze o dello XENODOCHIUM del Monte Chiodo: ambedue le ipotesi possono essere probabili, ma solo in senso disgiuntivo. Altri documenti del XVI secolo riconfermano la situazione delle due Chiese strettamente collegate. Ormai il Monastero di S. Pietro a Pavia sta perdendo il suo antico controllo e l’intera zona è diventata territorio della diocesi di Tortona (cfr. App. XXXVIII/a). La richiesta per la soluzione del censo annuo si ripete altre volte (cfr. App. XXXVIII/c. g.), ma è ormai destinata a diventare lettera morta (cfr. App. XLI, XLI/a). Di un certo interesse storico è l’elenco del sec. XVI, inviato dal maggiordomo di Giambattista Doria, forse su richiesta del Cenobio di Pavia: in esso sono infatti elencate tutte le Chiese che si trovano sotto la giurisdizione di S. Stefano d’Aveto (cfr. App. XL). Nella visita pastorale del 10 ottobre 1599 di Matteo Gambara, le Chiese di Allegrezze e di Alpicella appartengono ormai alla plebana di Ottone. |





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